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Sorellanza e hennè: una storia di donne, rituali e incontri

1 giorno fa
Tempo di lettura: 6 min
sorellanza e hennè

Da tempo volevo condividere le mie riflessioni sul rapporto tra sorellanza e hennè: un legame che è più facile vivere che spiegare, ma forse facendo un passo indietro posso trasmettervelo!


C’è qualcosa che accade mentre si fa l’henné e che difficilmente si riesce a spiegare guardando soltanto il disegno finale. Si vede una decorazione sulla pelle, si osservano le linee, i motivi, la precisione del tratto. Si apprezza il colore che, nelle ore successive, cambierà intensità fino a raggiungere quella tonalità profonda che rende l’henné così particolare.

Ma il disegno è soltanto una parte della storia. L’altra parte accade nel tempo che precede e accompagna quel disegno: nelle conversazioni, nelle risate, nei racconti, nelle attese e, qualche volta, anche in quei silenzi nei quali non è necessario dire nulla. È proprio osservando questi momenti che ho iniziato a percepire il significato della sorellanza nell’arte dell’henné, raccontato nei libri, ma soprattutto vissuto nella pratica, e quanto questa antica tradizione continui, ancora oggi, a creare comunità.



Una storia antica che passa attraverso le mani


L’uso dell’henné ha una storia molto antica e attraversa un’ampia area geografica che comprende il Nord Africa, il Medio Oriente, la penisola arabica, il subcontinente indiano e altre regioni dell’Asia e dell’Africa.

Le foglie della pianta di Lawsonia inermis, una volta essiccate e ridotte in polvere, vengono trasformate in una pasta con cui decorare la pelle. Nel corso dei secoli, questa pratica ha assunto significati diversi a seconda dei luoghi, delle comunità e delle tradizioni.


L’henné è stato utilizzato per adornare il corpo, ma anche per celebrare, proteggere, benedire e accompagnare momenti importanti dell’esistenza.

In molte tradizioni la sua presenza è particolarmente legata ai momenti di passaggio: la nascita di un bambino, il matrimonio, alcune celebrazioni religiose e altre occasioni nelle quali la persona entra in una nuova fase della propria vita.


Ed è proprio qui che emerge uno degli aspetti che più mi affascinano: l’henné non è mai stato soltanto qualcosa da mettere sulla pelle. È sempre stato anche un modo per stare insieme.


La sua preparazione, l’applicazione e la celebrazione erano spesso momenti condivisi, nei quali il sapere passava da una generazione all’altra. Madri, nonne, sorelle, zie e amiche partecipavano alla preparazione e alla decorazione, tramandando sapere, segreti, storie e anche quei piccoli pettegolezzi che fanno parte della vita di ogni comunità.


Il disegno poteva cambiare da una regione all’altra, ma rimaneva una costante: intorno all’henné si creava uno spazio sociale.



I momenti di passaggio e la presenza delle donne


Il legame con i momenti importanti della vita è particolarmente evidente nelle celebrazioni matrimoniali.


La futura sposa non vive soltanto la trasformazione del proprio ruolo, ma viene accompagnata da una comunità. La cerimonia dell’henné può diventare un momento nel quale le donne della famiglia e della cerchia più vicina si riuniscono, condividono cibo, musica, racconti e gesti rituali.

Le mani della sposa vengono decorate mentre intorno a lei si costruisce una sorta di racconto collettivo.

Ci sono gli auguri per il futuro, la memoria delle generazioni precedenti, le emozioni della famiglia e, naturalmente, anche tutte quelle piccole storie che appartengono alla vita quotidiana.

Nel caso del matrimonio, poi, non è difficile immaginare le donne più grandi che, tra una decorazione e una conversazione, trasmettono alla giovane sposa consigli, raccomandazioni e insegnamenti su ciò che significherà diventare moglie.


È interessante pensare che, molto prima che utilizzassimo la parola community per descrivere le nostre reti sociali contemporanee, esistevano già questi luoghi di appartenenza.

L’henné era uno di questi.



Quando una tradizione diventa un incontro contemporaneo


Oggi, naturalmente, il contesto è cambiato.


L’henné ha viaggiato. È uscito dai luoghi nei quali era tradizionalmente praticato ed è entrato in nuove comunità, nuove culture e nuovi modi di vivere questa arte. Ci sono persone che lo incontrano attraverso una tradizione familiare e altre che lo scoprono per curiosità, attraverso un viaggio, un’amicizia, un evento o un workshop.

Ci sono artiste come me che ne hanno fatto una professione e altre che lo praticano semplicemente per se stesse.


Eppure, nonostante tutti questi cambiamenti, una parte dell’antico significato è rimasta sorprendentemente viva. Quando due persone si siedono una di fronte all’altra e una comincia a decorare la mano dell’altra, si crea un tempo diverso. È un tempo lento, nel quale non si può accelerare troppo il gesto: bisogna aspettare, osservare, lasciare che il disegno proceda. E proprio questa lentezza permette qualcosa che nella vita quotidiana diventa sempre più raro: la possibilità di essere veramente presenti.


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Le storie che arrivano senza essere chiamate


Mi è capitato molte volte di vedere come, durante un’applicazione, le persone inizino a raccontarsi. A volte si parte da una cosa semplice: un viaggio, una festa, il motivo per cui si è scelto quel disegno. Poi, quasi senza accorgersene, la conversazione cambia. Arrivano ricordi, esperienze personali, relazioni, momenti difficili, nuovi inizi.


Credo che accada anche perché, per un po’ di tempo, non c’è bisogno di fare altro. A volte, paradossalmente, è più facile confidarsi con una persona che non conosciamo bene che con qualcuno che fa già parte della nostra vita.

Ci troviamo in uno spazio neutro, lontano dal giudizio, e abbiamo semplicemente del tempo: il tempo dell’applicazione, della posa e dell’asciugatura della pasta di henné.

Un tempo senza fretta, che oggi è diventato quasi un lusso.


E mentre una persona affida la propria mano a un’altra, può sentirsi libera di affidarle anche una piccola parte della propria storia.

Queste storie non sono necessariamente grandi confessioni. Spesso sono frammenti: una frase, un ricordo, una preoccupazione, un desiderio, una riflessione, una chiacchiera che prende una direzione inaspettata. Qualcosa che viene detto e poi lasciato lì.


Credo che anche questo faccia parte della responsabilità di chi pratica l’henné: saper accogliere senza appropriarsi di ciò che ci viene affidato. Ci sono racconti che rimangono nella memoria dell’artista senza diventare necessariamente qualcosa da raccontare ad altri. Sono storie custodite.



E poi c’è il silenzio


All’inizio, devo ammetterlo, i silenzi mi mettevano in imbarazzo. Mentre disegnavo mi sentivo quasi sotto esame. Mi sembrava che la persona che si era affidata a me stesse scrutando ogni segno che lasciavo sulla pelle e, dentro di me, pensavo che avrei dovuto parlare, intrattenere, riempire quel tempo con delle parole. Poi ho capito che non serve riempire sempre lo spazio. Il silenzio ha assunto per me un significato diverso.


A volte una persona preferisce semplicemente stare in silenzio mentre osserva il disegno crescere sulla propria pelle.

Può essere un momento per pensare, per rilassarsi, per respirare, per allontanarsi, anche solo per poco, dal rumore della giornata.

Non credo che ogni incontro debba necessariamente produrre una conversazione profonda per essere significativo. A volte esserci è sufficiente. Rimanere accanto a qualcuno senza chiedergli di raccontare, senza riempire ogni pausa, può essere una forma molto delicata di rispetto.


Ed è una delle cose che più mi piace dell’henné:

non obbliga all’intimità, ma può renderla possibile.



Sisterhood: sorellanza e hennè


È qui che penso alla parola sisterhood.

La traduciamo con “sorellanza”, ma oggi il termine può assumere un significato più ampio del semplice rapporto tra sorelle: può indicare quella rete di solidarietà e vicinanza che si crea tra donne anche quando non esiste un legame familiare.


Nel mondo dell’henné questa dimensione può essere molto naturale. Una donna può incontrarne un’altra per la prima volta e, attraverso un gesto semplice, condividere un momento di fiducia. Non è necessario appartenere alla stessa generazione, avere la stessa cultura o vivere la stessa esperienza. Per qualche ora esiste uno spazio comune e in quello spazio possono incontrarsi persone molto diverse.


La sisterhood contemporanea dell’henné può essere proprio questo: non una comunità costruita sulla somiglianza, ma una comunità che nasce dalla capacità di riconoscersi reciprocamente.



Ciò che rimane quando il disegno scompare


C’è infine una caratteristica dell’henné che trovo particolarmente simbolica: la sua impermanenza.

Il disegno non rimane per sempre. Nasce, raggiunge il suo colore più intenso e poi, lentamente, si attenua fino a scomparire. E questo mi fa pensare a quanto sia curioso il modo in cui ricordiamo le cose.


Non tutto ciò che dura poco è destinato a essere dimenticato.


Ti ricordi il tuo primo bacio? Probabilmente è durato pochissimo, eppure magari ne ricordi ancora perfettamente l’emozione.

Un incontro può durare poco tempo e lasciare un ricordo per anni. Una conversazione può occupare pochi minuti e cambiare il modo in cui guardiamo qualcosa. Un momento di silenzio può essere breve e, proprio per questo, diventare prezioso.

Il disegno se ne va, ma ciò che è accaduto mentre lo si realizzava può rimanere.


L’arte dell’henné come spazio di presenza


È questo il significato della sorellanza nell’henné che sento più vicino oggi.

Non soltanto una tradizione tramandata dalle donne alle donne, non soltanto un insieme di motivi e tecniche, non soltanto un rito legato ai grandi passaggi della vita. Ma anche la possibilità, nel presente, di creare uno spazio nel quale incontrarsi.


Uno spazio nel quale una persona possa parlare oppure scegliere di non farlo. Dove una storia possa essere raccontata e poi custodita. Dove il silenzio non debba essere riempito. Dove il tempo possa rallentare abbastanza da permetterci di accorgerci della persona che abbiamo davanti.


Per me è proprio questo che rende l’henné ancora così vivo. Perché dietro ogni disegno non c’è soltanto una decorazione. C’è un gesto umano, una relazione, un momento condiviso. E ogni volta che una mano viene affidata a un’altra mano, continua, in qualche forma, quella storia antica fatta di donne che si riuniscono, si prendono cura l’una dell’altra e accompagnano insieme i passaggi della vita.


Oggi possiamo chiamarla sorellanza, possiamo chiamarla sisterhood o, semplicemente, community.

Ma alla fine, le parole contano meno di ciò che accade realmente.


Due persone si siedono insieme. Una comincia a disegnare. L’altra si lascia guidare. E per un po’ di tempo, nel ritmo lento dell’henné, si crea un luogo in cui essere presenti.



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