L'henné non è un tatuaggio
- Melania Trabuio
- 2 giorni fa
- Tempo di lettura: 7 min
L'henné non è un tatuaggio: appartiene a una storia molto più grande, quella delle marcature del corpo.
Quello che ho scoperto studiando Henry Field
Quando ho iniziato a studiare Henry Field cercavo semplicemente informazioni sull'origine dell'henné. Pensavo di trovare la storia di una tecnica decorativa. Invece mi sono trovata davanti a qualcosa di molto più ampio: il concetto di "marcatura del corpo"l'antropologo Henry Field, nel suo monumentale studio Body-Marking in Southwestern Asia, pubblicato dal Peabody Museum di Harvard nel 1958, analizza tutte le principali forme di marcatura del corpo diffuse tra il Mediterraneo orientale, il Medio Oriente e l'Asia sud-occidentale:
tatuaggio: il pigmento viene introdotto sotto la pelle, attraverso aghi o strumenti che perforano la superficie cutanea
cicatrizzazione o scarificazione: la pelle viene incisa, graffiata o lesionata per creare una cicatrice permanente che diventa parte del disegno
cauterizzazione: la pelle viene bruciata o trattata con calore per produrre una modificazione o una cicatrice permanente
henné: la pasta ottenuta dalle foglie di Lawsonia inermis viene applicata sulla superficie della pelle. Il lawsone si lega alla cheratina degli strati più superficiali e col tempo il disegno scompare con il ricambio naturale della pelle. (Lo stesso avviene anche con jagua; Genipa Americana, non è menzionata nel libro di Henry Field Body-Marking in Southwestern Asia (1958), perché il suo lavoro è dedicato alle pratiche di marcatura del corpo documentate nel Sud-Ovest asiatico. La jagua appartiene invece a una tradizione di marcatura corporea sviluppatasi nelle Americhe)
kohl : è una sostanza tradizionalmente realizzata con minerali, tra cui la galena, o materiali carboniosi utilizzata soprattutto per delineare e scurire occhi e sopracciglia.
Per Field le pratiche sopra descritte non sono fenomeni separati, ma fanno parte di una stessa grande famiglia culturale: quella delle marcature del corpo.
Tutte queste pratiche servono a trasformare temporaneamente o permanentemente il corpo per comunicare identità, appartenenza, bellezza, protezione, spiritualità o passaggi importanti della vita.
La lettura del lavoro di Henry Field mi ha portata a guardare l'henné da una prospettiva diversa.
Nel suo studio l’utilizzo dell’hennè non è una pratica che nasce per imitare il tatuaggio, ma è una delle più antiche forme di decorazione corporea documentate, probabilmente già diffusa in Mesopotamia migliaia di anni fa insieme all'uso del kohl e alle altre pratiche di marcatura del corpo.
È da questa prospettiva antropologica che nasce la mia riflessione sul perché il termini "tatuaggio all’henné o tatuaggio temporaneo" rischiano di essere riduttivi.
Da dove viene la parola "tatuaggio"?
La parola italiana tatuaggio deriva dal francese tatouage, che a sua volta proviene dal termine polinesiano tatau.
Fu l'esploratore britannico James Cook, nel XVIII secolo, a far conoscere questa parola in Europa dopo i suoi viaggi nel Pacifico. Nelle isole della Polinesia osservò una pratica in cui la pelle veniva incisa o perforata con strumenti appuntiti, introducendo pigmenti sotto la superficie cutanea per creare segni permanenti.
Il termine tatau è spesso associato al rumore ritmico degli strumenti utilizzati durante il procedimento: un suono ripetitivo che accompagnava un gesto rituale e identitario.
Da allora, il significato della parola è rimasto sostanzialmente lo stesso: un tatuaggio è un segno permanente ottenuto introducendo un pigmento sotto la pelle.
Perché non dovremmo chiamarlo "tatuaggio all'henné"?
Quando diciamo "tatuaggio all'henné", tutti capiscono immediatamente di cosa stiamo parlando. È l'espressione più diffusa, quella che si usa nelle conversazioni e che le persone digitano su Google quando cercano un'artista o vogliono scoprire di più su questa antica tradizione.
Eppure, se ci fermiamo un momento a riflettere sul significato della parola tatuaggio e riprendiamo le considerazioni di Field ci accorgiamo che la parola tatuaggio non descrive davvero ciò che accade quando decoriamo la pelle con l'henné.
Infatti come già sai se mi segui, l'henné naturale non entra nella pelle, come il pigmento del tatuaggio, ma la pasta ricavata dalle foglie della Lawsonia inermis viene applicata sulla superficie della pelle e rilascia una molecola colorante, il lawsone, che si lega agli strati più esterni dell'epidermide, ricchi di cheratina.
Per questo motivo il colore svanisce gradualmente con il naturale ricambio della pelle.
Non ci sono aghi.
Non ci sono incisioni.
Non viene introdotto alcun pigmento nel derma.
Dal punto di vista tecnico, quindi, parlare di "tatuaggio" non è corretto.
Come continua Field possiamo considerare più corretto parlare di hennè come una forma autonoma di marcatura del corpo, con una propria storia, una propria tecnica e un proprio linguaggio simbolico.
Nelle culture d'origine l’henné non è mai stato chiamato "tatuaggio"
Un dettaglio che trovo estremamente significativo e che nei Paesi in cui questa tradizione è nata non è mai stata usata la definizione di "tatuaggio all'henné".
In India si parla di Mehndi, una parola che indica non solo la pasta ottenuta dalla pianta, ma anche l'arte della decorazione e il rituale che l'accompagna. Quando una sposa si prepara al matrimonio non riceve un "tatuaggio": celebra la cerimonia del Mehndi, uno dei momenti più attesi e ricchi di significato dell'intero percorso nuziale.
Nel mondo arabo, invece, il termine è ḥinnāʾ, da cui deriva la nostra parola henné. Anche qui il centro dell'attenzione non è il segno sulla pelle, ma la pianta stessa, il suo colore e il suo valore simbolico. Per indicare i disegni si usa spesso l'espressione Naqsh al-ḥinnāʾ, che significa letteralmente "decorazione all'henné" o "ornamento realizzato con l'henné". La parola naqsh richiama infatti l'idea di decorare, ornare, creare motivi e non quella di tatuare.
Perché allora tutti lo chiamano tatuaggio?
La risposta è semplice.
Per chi osserva il risultato, una decorazione all'henné assomiglia a un tatuaggio: è un disegno sulla pelle che dura diversi giorni.
Nel linguaggio comune il termine è diventato una scorciatoia per descrivere un'immagine temporanea sul corpo.
È comprensibile, ma questa semplificazione rischia di far perdere una parte importante della storia dell'henné.
Quando compare l’espressione "henna tattoo"?
L'espressione "henna tattoo" comincia a diffondersi nel mondo anglosassone tra gli anni '80 e soprattutto gli anni '90.
Le ragioni sono principalmente commerciali: aumenta l'interesse occidentale per le culture orientali; esplodono festival, fiere etniche e mercatini e molte persone vogliono "provare un tatuaggio" senza farne uno permanente.
Per spiegare rapidamente il prodotto a chi non conosceva il mehndi, si iniziò a pubblicizzarlo come: temporary tattoo o henna tattoo
Era una definizione di marketing, non antropologica.
Negli stessi anni, con la moda "new age" e il successo di celebrità come Madonna, Prince, Guen Stefani, che sfoggiavano decorazioni all'henné, il termine a pari passo dell’hennè Chimico- sintetico, si diffuse rapidamente in Europa, negli Stati Uniti e anche in Italia, dove si affermò soprattutto dalla fine degli anni '90 e nei primi anni 2000, quando la moda della decorazione all’hennè si diffuse nelle spiagge, nei villaggi estivi, nei centri estetici ecc
Dal punto di vista linguistico è un esempio di estensione semantica: una parola già esistente (tatuaggio) viene utilizzata per indicare qualcosa che le assomiglia nell'aspetto, pur essendo tecnicamente diverso.
Anche i libri raccontano questa storia
C’è un dettaglio che ho incontrato nella mia ricerca e che trovo particolarmente interessante. Il libro di Loretta Roome, Mehndi: The Timeless Art of Henna Painting, è stato pubblicato in inglese con un titolo che, tradotto letteralmente, significa “Mehndi: l’arte senza tempo della pittura con l’henné”.
Nell’edizione italiana, invece, il titolo è diventato Mehndi: Tatuaggi all’Henné.
Non lo considero un errore, ma trovo interessante questa differenza.
La parola painting, “pittura”, nell’edizione italiana diventa “tatuaggi”.
È un piccolo esempio di come, nel momento in cui una pratica culturale viene raccontata a un pubblico diverso, anche le parole possano cambiare per renderla più immediatamente comprensibile.
Eppure proprio questa differenza mi fa riflettere. Se nell’originale il mehndi viene definito attraverso l’idea della pittura con l’henné, perché nella traduzione italiana sentiamo il bisogno di ricondurlo al tatuaggio?
Forse perché il tatuaggio è la categoria che, nel nostro immaginario, descrive più facilmente un disegno realizzato sulla pelle. Ma conoscere meglio la storia dell’henné mi ha portata a non aver più bisogno di questa associazione.
Oggi preferisco chiamarlo decorazione all’henné. Non perché voglia negare il legame dell’henné con la più ampia storia delle marcature del corpo, ma perché credo che questa pratica meriti di essere raccontata attraverso la propria identità, la propria tecnica e il proprio linguaggio.
Ma la questione va ben oltre il termine "henné tattoo"
In Body-Marking in Southwestern Asia, Field raccoglie migliaia di esempi di marcature del corpo e scopre che possono avere varie funzioni:
ornamentali; protettive; terapeutiche; rituali; identitarie.
Dimostra che le marcature corporee comprendono pratiche diverse (tatuaggio; cicatrizzazione; cauterizzazione; henné; kohl), ma accomunate dal fatto di trasformare il corpo in un mezzo di espressione, identità e relazione con la comunità.
Questo concetto è molto affascinante, dimostra che il corpo non è soltanto qualcosa da mostrare ma una superficie sulla quale raccontare una storia.
Una marcatura può indicare: l’appartenenza a una comunità; protezione; bellezza; fertilità; passaggio da una fase della vita a un'altra; identità; significato religioso o simbolico.
In questa prospettiva, henné e tatuaggio non sono concorrenti: sono due linguaggi diversi appartenenti alla stessa famiglia culturale.
In conclusione, volendo essere precisi possiamo considerare l'henné come una forma di body marking e non come un "tatuaggio che dura poco", è un gesto artistico e simbolico, in continuità con una tradizione antropologica documentata, e non una semplice alternativa estetica al tatuaggio permanente, accompagna un momento della nostra vita e poi scompare, lasciando spazio al cambiamento, questo è il vero significato dell’henné, è la sua natura temporanea lo rende così speciale.
Per questo motivo cerco sempre di definire il mio lavoro come decorazione all'henné o body art con henné. Non è una semplice scelta di parole, ma un modo per riconoscere la storia, la cultura e il valore simbolico di una pratica che attraversa millenni e che merita di essere eseguita con rispetto, consapevolezza e cura.
So che questo articolo è molto lungo ma volevo essere chiara e non ho il dono della sintesi!
Ti lascio altre due note:
Se vuoi comprare il libro di Henry Field. Body marking in southwestern Asia. Peabody Museum. USA . 1958
Devi sapere che non è esattamente il genere di libro che si trova facilmente sugli scaffali di una libreria. È una pubblicazione rara e, diciamolo, quando sono riuscita a trovarne una copia ho pagato una cifra che preferisco non dichiarare pubblicamente.
Diciamo soltanto che mio marito non lo saprà mai!
Ma, scherzi a parte, per me avere questo libro tra le mani significa molto. Quando una ricerca sull’henné diventa una passione vera, a un certo punto non ti basta più leggere citazioni riportate da altri: vuoi andare alla fonte, sfogliare quelle pagine, vedere cosa è stato realmente scritto e costruirti, un libro alla volta, una piccola biblioteca dedicata a questa pratica che continuo a scoprire sempre più complessa e affascinante.
Per chi mi chiederà “Ma allora perché la tua pagina Facebook si chiama LaMelhndi Hennè e Jagua Tattoo?”
La risposta è molto semplice: perché il mio percorso è iniziato prima della mia consapevolezza sulle parole.
Quando mi sono appassionata all’henné, ho scelto quel nome per identificare il mio lavoro e per essere comprensibile a chi ancora non conosceva questa pratica. Solo in seguito, studiando, leggendo e approfondendo la storia dell’henné e il concetto di body marking, ho iniziato a interrogarmi sul significato delle parole che usiamo per raccontarlo.
Quindi sì, oggi mi trovo con una pagina che contiene proprio quella parola che in questo articolo sto mettendo in discussione.
Non è una contraddizione che voglio nascondere: fa parte del mio percorso e soprattutto non so come diavolo si cambia!
Ma se qualcuno di voi sa come fare senza combinare un disastro… sono tutta orecchi!
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